Respiri profondi

Il respiro di Piazza Dante

Polmoni, milza fegato, e  reni erano ieri il bersaglio dello Zen Stretching tenuto in piazza Dante.

Un viaggio dentro di noi per comprendere meglio quello che è fuori di noi, la persona che ci è vicina e averne un contatto.

E’ una parola che spesso sottovalutiamo. Non ci rendiamo conto che non siamo nati per vivere con un cellulare in mano o correre veloce per andare da nessuna parte, ma per unirci e diventare un capolavoro.

In piazzetta Dante sono cambiate molte cose o forse non è cambiato nulla, ma è cambiato il mio punto di vista. Guardare tutto da un’altra prospettiva, facendo cose di cui non sapevi l’esistenza o di cui l’esistenza era nota ma ignoravi, mi dà una grande soddisfazione.

E ti rendi conto che tutto ciò che hai fatto o detto non vale niente se è l’unica cosa che hai fatto o detto nella tua esistenza. Aprire le braccia e accogliere ciò che ognuno può insegnarti ci permette di costruirci le basi per qualcosa che è inevitabile.. facciamo quello che fanno i fiori a primavera: fioriamo e tutti colorati ci facciamo baciare dal sole  e danziamo con il vento.

Stare a piedi scalzi su un tappeto di cartone o sull’asfalto che copre la terra, ci ha messo in stretta comunicazione con la vita.

Piazzetta Dante, popolata da anziani e giovani che forse non si sono mai fermati a domandarsi perché questa piazzetta è stata così popolata ma in realtà abbandonata, vuota dentro.

Per questo motivo parti con una valigia di risposte e cerchi di fare ciò che sembra utile e ti accorgi che c’è qualcosa che non và. Come una catena che ha perso il suo anello. Un problema. L’abbiamo cercato e non l’abbiamo trovato. Dov’è?

A me sembra di averlo trovato, nel senso che: se riesci a migliorare te stesso e  a renderti conto dell’inutilità di tutto il resto, ti fa comprendere che non respiriamo tanto per respirare.

E pensare che tutto è partito da un’idea.

Le idee.. è bello che chi l’ha avuta abbia voluto condividerla, perché solo così abbiamo potuto e possiamo tutti in futuro, levigare gli spigoli più grezzi.

Mi sento di poter dire che il lavoro con le piastrelle è stato, forse, un pretesto.

Un pretesto voluto intenzionalmente o accaduto per volere del fato, ci ha comunque insegnato qualcosa e continua a farlo con queste attività mai viste sul suolo di questo quartiere. Abbiamo preso un’altra strada, anzi, un sentiero. Non so dove ci porterà questo sentiero, ma voglio andare più piano e godermi il paesaggio..

Michela Luperto (giovane abitante della Piazza, scrittrice e costruttrice dell’immaginario)

il dito di Lola è JANUB

Lola, la piccola costruttrice dell’immaginario.

Sono quasi le sei sotto un cielo senza ombre, la piazza è ancora vuota. Siamo al margine del quartiere San Pio, quasi a ridosso della ferrovia, nella piazza che l’associazione Janub, di Claudia Mollese e Afro Carpentieri, sta ri-progettando e ri-costruendo ormai da mesi per restituirla agli abitanti.

E’ da un po’ che non venivo a trovarla la piazza, che i luoghi bisognerebbe andarli a trovare come si fa con la nonna o con l’amico che sta sempre chiuso in casa. E’ spuntato nella piazza un albero in ferro battuto, con specchi colorati come frutti luminosi e una foglia a fare da tettoia al tavolo e poi il colore dei mosaici che sta entrando sempre di più nel grigio dei mattoni e del cemento.

L’albero appare come un segno a carboncino, accanto all’enorme palma che svetta lì accanto, lei risente del vento, lui invece disegna riflessi quasi impercettibili con gli specchi.

Quell’albero pur essendo non vero ha un riserbo che la palma non ha, un passo delicato, una postura  timida. Questa piazza ha in sé un passo lento, piccolo, aperto agli imprevisti del viaggio, in questo si allontana da tutto ciò che viene abitualmente costruito o ristrutturato in città.

Lo vedi subito: non ti salta agli occhi per sorprenderti, vuole che ti avvicini, che la guardi, che ti chiedi, che ti ci siedi dentro.

La piazza è bella, di una bellezza senza spocchia: le linee dei mosaici le decidono insieme Afro, l’architetto, Claudia, l’antropologa e Adriano e Carlo che da giugno sono i nuovi capi cantiere, ma anche la figlia giovane di Carlo che sta aiutando e chiunque si trovi a passare. Adriano e Carlo vivono ai lati opposti della piazza, entrambi si affacciano lì. Adriano insegna fisica all’università, Carlo è piastrellista, marmista, uomo di mani. Quando a giugno la situazione era stanca, poco interesse da parte del comune, calo delle energie, pochi contributi manuali, hanno convocato un’assemblea di abitanti in cui è stata spiegata la situazione. Da allora hanno deciso in molti di venire il pomeriggio e lavorare per finire la piazza.

Un simile processo in un’altra città o in un altro paese avrebbe già un equipe di studiosi universitari pronti a studiarla, ma qua siamo ai margini di tutto, nel finale della cancrena, nel regno dell’estetizzazione barocca, che il vero non abbiamo occhi per vederlo.

Mi domando perché una città non sa cogliere i gesti in dettaglio. Può davvero il governo di una città ignorare che Lola con un ditino piccolo, alle otto di sera, toglie premurosa e precisa la calce che fuoriesce da una pietruzza di mosaico?

Esiste una vera politica della bellezza?

Che solo per quel gesto minimo si dovrebbe immaginare una città nuova, un modo nuovo di fare, di agire, di stare.

Il dito di Lola è Janub. Un progetto che è passato dalle maglie strette dell’istituzione per provare, collaborando, a riportarci un valore, un fiato di progettazione vissuta, di costruzione sensata e desiderata, di dismissione di ruoli e gerarchie.

L”amore per i luoghi non entra nelle stanze dei poteri. Il localismo può essere una coperta pesante che invece di lasciare aperte i pertugi, li sfrutta per imbellettarsi e aumentare il proprio prestigio.

I gesti minimi quasi mai entrano nelle logiche urbane, eppure l’abitare nasce da gesti minimi.

Come quando entri in una casa nuova e appendi un poster di Dalì o o come quando finisce un amore e ti metti a smontare mobili, a cambiare le stanze.

L’urbanistica relazionale non dovrebbe tendere a questo? Cogliere le pratiche vitali dell’abitare per farne occasione di spazio pubblico realmente vissuto. Che una piazza se non ci sono le persone dentro, che si siedono si scambiano parole, sguardi che senso ha?

Che un turista ci può passare, dire che è bella e fare una foto, ma se nessuno la abita cosa resta?

In quella piazza di San Pio la città respira e pochi lo sanno, pochi sono andati a vedere che vento tirava, a lasciarsi sorprendere, osservare un pomeriggio di lavoro per comprendere, per capire.

Un’amministrazione normale o un qualunque movimento alternativo di città dovrebbe passare da qua, dismettere la giacca e la camicia di circostanza e sedersi. Stare, aspettare, ascoltare, sospendere il giudizio, imparare. Nessuna estetizzazione solo stare e farsi dire.

La piazza non è ancora finita e già c’è chi ci sta seduto: Mattia, un ragazzo che ha lavorato qua molti mesi, il cane, gli amici e Lele The Artist, la sola firma che compare in una panchina, che il suo amore per i colori delle reclàme dell’Ipercoop l’ha trasformato in pezzi colorati da accostare uno accanto all’altro.

Questa città che insegue titoli inneggianti alla cultura, al turismo tutto l’anno, ai giovani, si perde Lele, Mattia, Carlo, Adriano, Lola, gli abitatori veri, gli artisti del quotidiano, quelli che non hanno titoli, che vivono, si affacciano, giocano sulle scale, bevono birra sulle panchine e quando c’è bisogno si siedono in terra sotto la calura di luglio e si sporcano le mani di calce, trasportano bidoni, per dare bellezza a un pezzo del loro quartiere.

In questo la città non riesce a specchiarsi, non si guarda, non sa riconoscersi.

Non c’è tregua per chi impiega le mani con negli occhi un sogno, una visione. Non abbiamo parole per stare nella porosità dei saperi, strategie politiche per dare forma alla bellezza. Ognuno osserva dalla sua categoria claustrofobica senza mettere un dito per togliere la calce in eccesso e lasciare pulita la linea ondulata.

Maira Marzioni, articolo pubblicato sul quotidiano “il Paese nuovo” l’ 11 luglio 2012