JANUB raccontato al sole

Antidoti al dolore per le vie della città

Se ti sale lo scuro dentro anche il primo giorno di primavera del terzo mese dell’anno, quando il sole è quasi scandaloso, chiaro e inequivocabile puoi sederti su una panchina, accanto a Janub.

Janub è sud in arabo, e questo è sole da sud di pelle legnosa. Janub è un’idea colorata che attraversa mente, corpo e arriva fiera e onesta nelle mani.Marmellata molteplice e succosa.

Da febbraio Janub si è fatto cantiere che, fuori dalle retoriche della riqualificazione partecipata, crea dispositivi semplici per ricostruire l’arredo di una piazza marginale della città. Siamo a Piazza Dante, alla periferia del quartiere San Pio, non ancora Rudiae, due traverse più in là c’è la ferrovia. Una piazza in un confine, che si muove ora con passi precisi e cadenzati, un ritmo scandito dal lavoro con le mani: impasto, linee sinuose, per ridare movimento a un corpo-piazza stanco.

Il progetto nasce da osservazioni e assemblee con gli abitanti, ha superato ostacoli, perchè ha convogliato i desideri di chi abita con quella piazza accanto ogni giorno: bambini, giovani, famiglie migranti, anziani. Dai desideri è nato un disegno, una nuova postura e ogni mattina un gruppo variegato di persone impara l’arte della muratura, del mosaico, del ferro battuto, facendo, dando vita a una piazza nuova.

Un’ architettura desiderante.

Le maestranze artigiane con mani callose si mescolano all’occhio colorato dell’artista, al lavoro dei ragazzi e delle ragazze che riscoprono nella fatica fisica il sollievo dalle paranoie della mente.

Ecco, se poi ti siedi nella panchina accanto, oltre la rete porosa del cantiere, ascolti il silenzio del vento che fa sembrare suono il rumore della betoniera per il cemento, della flessibile che taglia. Se guardi bene poi ti accorgi, che in una di quelle panchine, più o meno ogni giorno, c’è una busta bianca di plastica con un nodo. Ci intravedi dentro un plico di reclàme dei supermercati. Se aspetti dopo poco, quasi sempre alla stessa ora, vedrai apparire Lele. Arriva con una giacca marrone e un cappello verde da cacciatore che gli copre gli occhi quasi orientali, spuntano sotto labbra grandi. Si siede nella sua panchina, ha sottobraccio un’altra reclame. Si mette a gambe incrociate e la sfoglia. Se per caso mai ti sia sembrata inutile tutta quella carta sprecata per pubblicizzare prodotti per lo più dannosi,  puoi metterti ad osservare Lele che con gesto di cura, ne sfoglia ogni pagina. Ti sembrerà a quel punto il più prezioso dei cimeli cartacei. Quando i colori finiscono Lele si alza, lascia la busta lì. Tornerà. Quando lo vedo tornare dal suo giro mi osserva. Prima non c’ero, c’era solo il suo rituale, la panchina, la rèclame. Ora invece prende la busta e si avvicina alla mia panchina. Lo guardo, sta fermo in silenzio, mi guarda. Lo saluto, sorride allora. O meglio espande un sorriso che partendo dalla bocca senza incoerenza di pelle gli arriva alle rughe degli occhi, gli innaffia l’iride. E’ un momento, un gesto pronto, di coerente bellezza del viso. Gli chiedo se vuole sedersi, si, risponde, si siede accanto, nella nostra panchina. Mi prende la mano, la lascia. Me la appoggia sul ginocchio. Mi imbarazzo, ma lui no, lui è felice.Mi saluta, si alza e se ne va con la sua preziosa busta in mano. Mentre si allontana di spalle gli vedo ancora il sorriso da primavera in faccia.

Lele alle prese con il mosaico

C’è un sole scandalosamente vero, vicinanza, Gli occhi degli altri sono indispensabili a comprendere un luogo”.

Janub è un infra-spazio, è cantiere strano, dove dentro ci sono persone e non pedine lavoranti, dove i ruoli si mescolano in continuazione, dove le panchine nuove, quelle in costruzione, hanno linee femminili, dove la rèclame del supermercato diventa prezioso giornale e dove Lele è abitante che costruisce ogni giorno, con un rituale piccolo e aperto al mondo, un modo speciale di stare.

Lele, la sua panchina e le sue rèclame

Urbanismo dei rituali minimi.

Janub, Boh? Oh!

Maira MARZIONI


Annunci

BrainForum – The Color of Thought

| A sx ippocampo e corteccia celebrale, a dx "Rot-Blau-Gelb" di Richter |

The BrainForum 2011 will be enhanced by an exhibition of extraordinary giant images of the brain illustrated by color effects using the “Brainbow” technique. The images, produced by scientists from laboratories all over the world, evoke modern art paintings. The curator of the exhibition, Angelo Bucarelli, enjoyed finding a match in similarity, for all the photos to some of the most known masterpieces by Klee, Mirò, Dalì and Kandinski.

| A sx una lesione celebrale, a dx unopera di Mirò |

For one month, the street of Corso Vittorio Emanuele in Milan will provide the setting for this exhibition starting on the 12th of March.

| A sx limmagine di un neurone, a dx "Lalbero della vita" di Klimt |

Tra scienza e arte, le immagini del cervello catturate dagli scienziati nei loro laboratori svelano inaspettate analogie con i capolavori dell’arte impressionista e astrattista. Le immagini sono raccolte in una mostra curata da Angelo Bucarelli, che espone gigantografie del cervello colorato con la tecnica brainbow, accostate a opere d’arte. La mostra è uno degli eventi collaterali del BrainForum 2011, convegno dedicato ai nuovi studi sul cervello, in programma il 4 e 5 aprile a Milano.

| Tokyo by night |
| Il processo molecolare che immortala il ricordo nel cervello |

New Babylon: Constant Nieuwenhuys

|New Babylon, Constant Nieuwenhuys|
|New Babylon, Constant Nieuwenhuys|

New Babylon (http://www.notbored.org/new-babylon.html) was inspired by and contributed to the work of the Situationists, a group of intellectuals, theorists and writers, as well as artists who were anything but Modernists in the classic capitalist mold. They were inspired by the irrational forms and practices of Dada and Surrealism, and were what we could call neo-Marxists, meaning inspired by Marx’s vision of revolutionary socialism but seeking to use the capitalist system to achieve their ends. Guy Debord and others invented tactics such as derive, psychogeographie, and detournment, which seized upon, then subverted, capitalist notions in order to develop radical ways of living that were meant to culminate in revolution (Archigram first heard of these through Constant’s lecture, no doubt). Constant joined the Situationists early on and became their architect, much the same as Antonio Sant’Elia had done with the Futurists, half a century before. The spaces of New Babylon were intended to be spaces of disorientation and of reorientation, from rational, functionalist society to one that is liberated and self-inventing. It was meant to replace capitalist exploitation of human labor and emotion with anarchist celebration of them.  Its architecture was to provide a complex armature on which could be woven endlessly new, unpredictably personal urban experiences, determined by ever-changing individual desires. In the end, however, the architecture of the New Babylon seemed to overwhelm such playful, radical spontaneity by its sheer weight and monumental scale.

to read the full article: http://lebbeuswoods.wordpress.com/2009/10/19/constant-vision/

“Theorie de la derive” di Guy Debord

|Guida psicogeografica di Parigi, Guy Debord|


”Per fare una DERIVA, andate in giro a piedi senza meta od orario. Scegliete man mano il percorso non in base a ciò che sapete, ma in base a ciò che vedete intorno. Dovete essere straniati e guardare ogni cosa come se fosse la prima volta. Un modo per agevolarlo è camminare con passo cadenzato e sguardo leggermente inclinato verso l’alto in modo da portare al centro del campo visivo l’architettura e lasciare il piano stradale al margine inferiore della vista. Dovete percepire lo spazio come un insieme unitario e lasciarvi attrarre dai particolari”

Fra i diversi procedimenti situazionisti, la deriva si presenta come una tecnica del passaggio veloce attraverso svariati ambienti. Il concetto di deriva è indissolubilmente legato al riconoscere effetti di natura psicogeografica ed all’affermazione di un comportamento ludico-costruttivo, ciò che da tutti i punti di vista lo oppone alle nozioni classiche di viaggio e di passeggiata. Una o più persone che si lasciano andare alla deriva rinunciano, per una durata di tempo più o meno lunga, alle ragioni di spostarsi e di agire che sono loro generalmente abituali, concernenti le relazioni, i lavori e gli svaghi che sono loro propri, per lasciarsi andare alle sollecitazioni del terreno e degli incontri che vi corrispondono. La parte di alcatorietà è qui meno determinante di quanto si creda: dal punto di vista della deriva, esiste un rilievo psicogeografico delle città, con delle correnti costanti, dei punti fissi e dei vortici che rendono molto disagevoli l’accesso o la fuoriuscita da certe zone. Ma la deriva, nella sua unità, comprende nello stesso tempo questo lasciarsi andare e la sua contraddizione necessaria: il dominio delle variazioni psicogeografiche attraverso la conoscenza ed il calcolo delle loro possibilità. Sotto quest’ultimo aspetto, i dati messi in risalto dall’ecologia, per quanto sia limitato a priori lo spazio sociale che questa scienza si propone di studiare, non cessano di sostenere utilmente il pensiero psicogeografico.
L’analisi ecologica del carattere relativo o assoluto delle scissure del tessuto urbano, del ruolo dei microclimi, delle unità elementari interamente distinte dai quartieri amministrativi e soprattutto dall’azione dominante di centri d’attrazione, deve venire utilizzata e completata con il metodo psicogeografico. Il terreno passionale oggettivo in cui si muove la deriva deve venir definito contemporaneamente sia secondo il suo proprio determinismo, sia secondo i suoi rapporti con la morfologia sociale.

Psicogeografia: ” Studio degli effetti precisi dell’ambiente geografico, disposto coscientemente o meno, che agisce direttamente sul comportamento affettivo degli individui.”

***

Estratti del testo di Guy Debord, Théorie de la dérive, in Les Lèvres nues, n. 9, novembre 1956, Bruxelles; ripubblicato senza le due appendici in Intenationale Situationniste, n° 2, dicembre 1958, Parigi; trad.it. Internazionale Situazionista, Nautilus, Torino.

Testo completo : http://gliocchidiblimunda.wordpress.com/2009/12/14/teoria-della-deriva-di-guy-debord/

La nuova strategia verde: salvare il pianeta è possibile

Sabato l’Onu celebra la Giornata dell’ambiente. Dopo il fallimento di Copenaghen un lampo di ottimismo. Tre idee per ripulire il mondo. Forse basterebbe iniziare da qualcos’altro che abbiamo tragicamente sotto gli occhi ogni giorno; da più di quaranta giorni e chissà fino a quando..

| C'era una volta la Deepwater Horizon |

NEW YORK – Vita artificiale, microsensori, algoritmi governa-traffico: tre innovazioni tecnologiche salveranno la terra. Insieme a noi. La Green Economy è già una realtà. Dietro i profeti dell’Apocalisse ambientale  –  Cassandre indispensabili per risvegliare le nostre coscienze  –  si muove un’armata di rivoluzionari “positivi” che stanno costruendo gli antidoti al disastro ambientale. I nostri costumi di vita si stanno evolvendo. Anche le classi dirigenti (alcune) sono meno sclerotizzate di quanto sembri. Dietro i fallimenti della global governance come il vertice di Copenaghen, dietro le resistenze delle lobby che sembrano paralizzare i governi, s’intravedono tre opzioni alternative verso lo sviluppo sostenibile: America, Cina, Germania, con ricette completamente diverse puntano verso lo stesso obiettivo.

E la competizione fra questi sistemi farà avanzare il mondo intero. Una frontiera della ricerca scientifica che promette grandi benefici per l’ambiente si è appena dischiusa due settimane fa. E’ la creazione di un organismo vivente (un batterio) da parte dei biologi americani Craig Venter e Hamilton Smith. Le sue potenzialità sono immense e lo stesso Venter le sta esplorando in varie direzioni. La generazione artificiale di forme di vita può materializzarsi per esempio in nuove alghe che saranno i biocarburanti del futuro: capaci di assorbire le emissioni carboniche e poi ritrasformarle in energia, esattamente come fanno gli alberi. Usando la superficie degli oceani, molto più vasta della crosta terrestre, le “alghe buone” daranno al pianeta un polmone di ricambio. Un’altra sfida della biogenetica che ha ricevuto un’accelerazione dai lavori di Venter e Smith è la creazione di nuove specie di cereali e leguminose la cui coltivazione consumerà una frazione dell’acqua necessaria oggi. L’agricoltura è la più grande idrovora del pianeta, i raccolti consumano il 70% delle risorse idriche del mondo; la creazione di nuove specie offre una speranza cruciale soprattutto per le nazioni più popolose, Cina e India. Inoltre dalla creazione artificiale della vita può arrivare una risposta ai più gravi disastri ambientali come la marea nera rovesciata dalla Bp nel Golfo del Messico. “Già in natura – spiega l’oceanografo Ken Lee del Bedford Institute in Nova Scotia, Canada – esistono batteri che divorano il petrolio e lo frantumano in componenti cellulari organici”. Albert Venosa, della Environmental Protection Agency americana, ha dimostrato che aiutandoli con “condimenti” a base di nitrogeni, fosforo e potassio “il lavoro di questi batteri accelera prodigiosamente, riescono a distruggere in un’estate il greggio che normalmente eliminerebbero in cinque o sei anni”. Ora vi è una concreta speranza nata a valle delle ricerche sul genoma. Dopo il primo batterio artificiale di Craig Venter, si potrebbero costruire in laboratorio dei micro-killer del petrolio, capaci di aggredire e ripulire una marea nera con una voracità potenziata.

La seconda frontiera dell’innovazione non esce dai laboratori biogenetici ma da quelli dei Politecnici informatici. Lo sviluppo delle nanotecnologie ha già partorito nuove applicazioni dei microsensori che sono formidabili alleati della natura. Uno dei massimi esperti di questo settore è l’americano Robert Atkinson, presidente della Information Technology and Innovation Foundation. “Dai laboratori di Georgia Tech – spiega Atkinson – escono dei microsensori capaci di distinguere più di 100 elementi chimici nell’acqua o nell’aria, e di comunicarsi le informazioni tra loro”. Alcune applicazioni sono incoraggianti. In Australia gli scienziati botanici dello Springbrook National Park hanno disseminato la foresta vergine di microsensori alimentati ad energia solare. Sono “occhi, orecchie e nasi” invisibili, guardiani del delicato ecosistema dell’immensa foresta, pronti a trasmettere allarmi videoacustici per segnalare qualsiasi danno all’ambiente naturale. A Tokyo e a San Francisco gli stessi microsensori stanno per essere utilizzati nei nuovi sistemi di regolazione del traffico urbano detti Smartway: la loro “intelligenza diffusa” consentirà di eliminare gli ingorghi, riorientare il traffico, riducendo sensibilmente lo smog da trasporto urbano. La versione giapponese consentirà di collegare la rete di microsensori ai computer di bordo delle auto, orientando il guidatore verso i percorsi più razionali che abbattono il consumo di carburante.

La terza rivoluzione investe l’urbanistica. A favorirla convergono cambiamenti di varia natura: tecnologici, organizzativi, ma anche l’evoluzione demografica, nuovi stili di vita e sistemi di valori. Un pioniere che progetta la metropoli “verde” del futuro è uno scienziato americano che si è formato sulle teorie di matematica statistica, Charles Komanoff. È nato dalla sua mente “l’algoritmo Komanoff”, un sistema di equazioni più complicato di quelli usati dalla Nasa per l’esplorazione su Marte. Il suo algoritmo serve a decifrare e rendere governabili tutte le variabili complesse che alimentano il traffico di Manhattan. Da una parte Komanoff inserisce dati come la popolazione lavorativa, la percentuale di pendolari, la loro distribuzione geografica, gli orari di apertura degli uffici e dei negozi. Dall’altra introduce i prezzi dei carburanti, i pedaggi delle tangenziali e dei ponti, il costo del biglietto del metrò e dei parking. L’algoritmo opera su queste variabili, riprogramma i flussi e i movimenti, e produce risultati stupefacenti. Meno congestione, aria più pulita, e benefici economici misurabili. “Quasi 3 miliardi di dollari guadagnati – spiega Komanoff – tra l’abbattimento delle emissioni di CO2, la riduzione delle vittime di incidenti automobilistici, il tempo risparmiato negli spostamenti”.

Che non sia un’illusione, lo dimostra il fatto che il suo algoritmo viene studiato attualmente da due metropoli di dimensioni analoghe a New York: Parigi e Guangzhou (Canton). La sua efficienza sarà esaltata con l’entrata in funzione del nuovo Gps (controllato da 24 satelliti di seconda generazione) la cui precisione arriverà al centimetro. La rivoluzione urbanistica non è fatta solo di tecnologie. L’America che aveva inventato gli shopping mall e i quartieri residenziali di periferia, cioè il modello abitativo e consumistico più energivoro del pianeta, sta facendo dietrofront. Il nuovo trend si chiama Lifestyle Center: la riscoperta di quelli che noi chiamiamo i centri storici, a base di isole pedonali, piccoli negozi familiari, esercizi commerciali a dimensione umana, servizi di prossimità. “È legato ai valori dominanti nella generazione del Millennio – spiega il sociodemografo Arthur Nelson della University of Utah – perché i ventenni e i trentenni oggi preferiscono lo stile di vita dei centri urbani, vogliono raggiungere a piedi università musei e teatri”.

L’impatto ambientale? Un drastico taglio del 50% nei consumi energetici per i trasporti. Meno autostrade intasate di pendolari, più metrò e piste ciclabili. Economie di scala che rendono più facile la raccolta differenziata. Un’altra innovazione urbanistica che si autofinanzia si sta facendo strada grazie ad Arthur Rosenfeld, lo scienziato che l’America ha premiato con l’Enrico Fermi Award, nonché il fondatore della California Energy Commission. È lui a promuovere nel mondo intero la campagna “tetti bianchi”. “Ridipingendo semplicemente di bianco i tetti dei palazzi – spiega Rosenfeld – la luce solare viene riflessa e restituita all’atmosfera. Si riducono i consumi di aria condizionata dal 10 al 20 per cento. Da Chicago a Sidney, in 15 anni questo vuol dire eliminare 15 miliardi di tonnellate di CO2, l’equivalente di una riduzione del 40 per cento nel traffico automobilistico”. È la riscoperta di una saggezza antica, visto che il bianco è il colore dominante in tante civiltà di zone calde, azteche o mediterranee.

Per convogliare le risorse della scienza e della tecnica, per incentivare i cambiamenti positivi negli stili di vita collettivi, le strategie politiche apparentemente divergono. L’America di Obama fa affidamento sul modello Silicon Valley: un misto di ricerca pubblica, incentivi al capitalismo privato, spirito imprenditoriale. Cento miliardi di dollari di investimenti e due milioni di posti di lavoro: è la promessa della Green Economy di Obama. La Cina sta incorporando la sfida ambientale nella pianificazione della sua classe dirigente, autoritaria e tecnocratica. È un modello centralizzato che già oggi è capace di investire 34 miliardi di dollari nelle energie rinnovabili: il doppio degli Stati Uniti. La Germania, e con essa l’Europa nordica e scandinava, ha preferito un approccio fiscale “punitivo”, con le più alte tasse del mondo sui consumi di carburanti fossili. Ed anche il made in Germany è in gara sulle frontiere più avanzate delle tecnologie verdi. È una competizione virtuosa, in cui tutti abbiamo da guadagnare. Come spiegano gli scienziati del Massachusetts Robert Pollin e James Heintz, autori del rapporto Green Recovery, di colpo “tutti i governi del mondo devono riconoscere che non c’è altro settore capace di trainare la ripresa e creare occupazione, come può farlo la nuova economia dell’ambiente”.

| Federico Rampini | repubblica.it

RECREATING OUR NEIGHBOURHOOD CENTRES

Back in the late 1920s and early 1930s, the International Congress of Modern Architecture, guided by Le Corbusier, held a series of conferences ending in a cruise from Marseilles to Athens, which produced the legendary Athens Charter, inspired by Le Corbusier’s dream of ‘radiant cities’ with high-rise towers in vast urban parks, with elevated freeways and separate zones for living, recreation and work. Traditional streetscapes and architecture were eliminated to make way for standardized architecture and industrial technology. Out with the old ! In with the new ! The consequences were tragic, and even today, 40 years after the architectural world realized its error, we still live with the consequences. This May, the pendulum swung. Several hundred architects, developers and public officials met in Charleston, South Carolina for the fourth annual Congress of the New Urbanism, which ended in the adoption of a new Charter – the antithesis of the 1933 Athens Charter. It calls for a return to traditional urban centres and towns, reconfiguring the sprawling suburbs to make real neighbourhoods, creating communities designed for pedestrians, bicycles and transit, where streets, squares and greens have a real sense of place. Urban infill is seen as preferable to peripheral expansion, while non-contiguous growth outside urban boundaries should be in “towns and villages with their own urban edges, planned for a jobs/housing balance, not as bedroom suburbs”. Here on Vancouver Island, we live with many sprawling suburbs and car-dominated shopping malls. How do we begin to bring back a sense of place, community and charm ? In James Bay, the Five Corners shopping centre where Thrifty Foods is located is the natural heart of James Bay, a community of 12,000 people. Right now, it is completely dominated by cars, and people are really secondary. What would it take to redesign it to make it a people-friendly market square ? These are just ideas, but……Phase out most of the parking from in front of Thrifty’s, and close off Simcoe St where it comes in from the west, leaving a narrow route for emergency vehicles. This creates a large pedestrian urban square. Plant trees, install a bandstand, make space for dancing, and encourage cafes to spill out into the square. To create a sense of entry, build a large arch across Simcoe St to the west with residences built inside the arch above the street, to pay for construction. Build two more arches on Menzies, one to the north and one to the south, again with internal residences, and create raised bottleneck crosswalks to slow the traffic moving along Menzies and Toronto Streets. What about parking ? Thrifty’s already offers a home delivery service. Expand this by providing bicycle carts, enabling people to tow their shopping home (just started in Totnes, South Devon, UK). Parking could be metered to discourage lazy use, and phased out over five years as people adjusted to the new shopping habits. A community minibus circling the James Bay streets with space for groceries and supplies would help elderly people come to terms with the loss of parking. Create some new parking at the blocked off end of Simcoe St; there may be other parking spaces which a detailed walkabout would reveal. Yes, there would be initial inconvenience, as people adjusted to the new shopping habits. But there would also be a beautiful market square where people could gather, take coffee, listen to music, watch their children play, and enjoy open air art displays under the shade of the trees, and evening concerts. It is a vision we really have to hold onto, while we consider the loss of the parking. The biggest difficulty, apart from making the transition away from easy parking, would be getting all the owners, planners, engineers, councillors and community representatives around the same table to work out a joint agreement. There would be a hundred objections, any one of which could kill the idea if the larger vision was forgotten. Thrifty’s might be able to open up their fresh produce section to spill out into the market square. New retail shops might decide to fill in the spaces when they realized what a wonderful space for people, culture and happenings the whole place was becoming. It is such an enticing possibility. The next time you visit your corner store or neighbourhood centre, take a good look around. Could it be redesigned too, to make it a place for gathering, street markets and music ? And the suburbs – could neighbourhood centres be created out of nothing by choosing a location where the transit routes meet, narrowing the streets, rezoning the nearby properties for commercial and retail, and installing a village green, with trees and a pond ? It is all in the realm of the possible. Have a great summer !

Guy Dauncey

http://www.earthfuture.com/econews/back_issues/96-07.asp

A Practical Model:

Germany_Friburg_Vauban Quartier_Architect: Rolf Disch