Insostenible

| Picture: The Weather Project, Olafur Eliasson, 2003 |

Parece haberse extinguido la especie de los científicos, periodistas e incluso primos que negaban el cambio climático. Ahora estamos en la fase de las grandes alternativas: “No niegues nada, pero no hagas nada”. Muchos de los antiguos negacionistas se dedican a la difusión entusiasta de “falsos amigos” lingüísticos, tan nocivos como los gases de efecto invernadero. Cuando te hablan de “crecimiento sostenible” hay que traducirlo ya por “crecimiento simultáneo”, una de las teorías mágicas del neoliberalismo: cómo incrementar el negocio aumentando y disminuyendo a un tiempo las emisiones. Ahí entra el truco del mercado de carbono, ese cambalache llamado también comercio de emisiones. Puede comprarse el derecho a la contaminación sostenible. Esa parece ser la componenda, ensayada en el pacto de Kyoto, que quieren desenvolver las grandes corporaciones y gobiernos timoratos. Otra estafa del capitalismo mágico es equiparar lo desigual. Para entendernos, el as Camps y la copiloto Barberá podrían adquirir los derechos anuales de emisión de metano de una honrada vaca cántabra para poder soltar sospechosos gases efusivos por el tubo del flamante Ferrari. El escritor Flaubert confesó en una carta al ruso Turgueniev: “Siempre he intentado vivir en una torre de marfil, pero una marea de mierda no deja de golpear sus muros, y amenaza con tirarla abajo”. En lugar de inquietarse, hay magnates que desde la altura de la torre de marfil, se frotan las manos ante semejante marea. Empiezas por el comercio de gases de invernadero, y acabas creando un mercado internacional de escrúpulos. Mientras el lobby nuclear refuerza su campaña, vendiéndonos la nueva generación de reactores como fábricas de chocolate, en puntos de la costa italiana se van descubriendo barcos cargados de residuos radiactivos y hundidos por los servicios de limpieza de la mafia. Cuanto más cara sea la mierda, más negocio. Es la criminalidad sostenible.

| Manuel Rivas | elpais.com

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‘Svolta verde dell’industria Usa’ ma è una beffa degli Yes men

| Roma, due manifestanti |
Gli “Yes men” sono tornati a colpire. Il gruppo di attivisti statunitense celebre per aver organizzato delle spettacolari truffe mediatiche a sfondo anticapitalista e ambientalista ha messo a segno un altro colpo dei suoi. Spacciandosi per rappresentanti della US Chamber of Commerce, una delle più importanti organizzazioni imprenditoriali americane, simile alla nostra Confindustria, due “yes men” hanno organizzato una finta conferenza stampa per annunciare al mondo che la lobby industriale metteva finalmente da parte la sua avversione per il “climate bill”, la legge che fissa tetti alle emissioni di CO2 per contrastare i cambiamenti climatici.
Notizia davvero ghiotta, visto che il provvedimento, fortemente voluto da Obama, dopo essere passato alla Camera è ora bloccato al Senato anche grazie alle pressioni esercitate dalla Chamber. Un cambio di rotta talmente importante che la Reuters, la più importante agenzia di stampa al mondo, si è affrettata a trasmettere in rete. E lo stesso hanno fatto le tv presenti alla farsa ordita dagli “Yes men” e i tanti blogger e “twitters” che curano l’informazione ambientale su internet. Quando circa venti minuti più tardi il vero portavoce della Chamber si è catapultato nella sala dell’associazione nazionale della stampa urlando che era tutta una bufala, era ormai troppo tardi, la beffa era riuscita alla perfezione.
Gli “Yes men”, ai quali è stato anche dedicato un docu-film presentato al festival di Berlino e in uscita la prossima settimana nelle sale Usa, ci hanno abituato in passato ad azioni clamorose. L’ultima risale ad appena qualche giorno fa, quando hanno distribuito nelle edicole una falsa versione del New York Post interamente dedicata alla minaccia rappresentata per la Grande Mela dai cambiamenti climatici. Questa volta però a dargli una mano nella riuscita della provocazione è stata la assoluta verosimiglianza del finto annuncio. “C’è solo un modo per fare affari e quel modo è approvare il prima possibile il climate bill così che a dicembre il presidente Obama si può presentare a Copenaghen e negoziare partendo da una posizione forte”, ha esordito il falso portavoce della Chamber in conferenza.
Affermazione inventata, ma di buon senso, e destinata forse a diventare presto realtà. Non più tardi di un paio di settimane fa influenti aziende associate all’organizzazione hanno infatti abbandonato la lobby proprio per smarcarsi dal suo atteggiamento sulla questione climatica e dentro la Chamberserpeggia un forte malumore. Tra le prese di distanza più clamorose, quelle di Nike, PG&E, PNM Resources e Exelon.
| Valerio Gualerzi | repubblica.it

Countdown to Copenhagen

Sfruttando la concomitanza dell’inizio dell’attività del blog con la crescente attenzione che i media stanno dedicando al prossimo vertice ONU di Copenhagen, JANUB diventa un accumulatore di informazioni con lo scopo di mettere a confronto la molteplicità di intenti che vede nello sviluppo sostenibile l’unica soluzione al fine di garantire un futuro possibile.

JANUB condensa i vari linguaggi al fine di non ricondurre l’interpretazione dei significati ad un sistema di controllo univoco.

| Picture: Domus 930 |

The Most Important Meeting in History | The GOOD guide to COP15 | good.is

In 1997, delegates from all over the world met in Japan to create a worldwide framework for reducing carbon emissions. The resulting treaty, which took effect in 2005, aimed to reduce global emissions by 5.2 percent below 1990 levels. Since then, the Kyoto Protocol has been the watchword of environmentalists everywhere—a shorthand for the kind of international cooperation needed to fight climate change (and a reminder of the U.S. Senate’s embarrassing refusal to get on board).

Since 1997, we’ve come to realize that the climate-change problem is far more dire than we thought. The problem is so large, in fact, that only major government action can solve it. But Kyoto, which expires in 2012, is far too lenient to be that solution.

So when delegates meet in Copenhagen at the United Nations Climate Change Conference this winter to negotiate Kyoto’s replacement, they will face a daunting but important task: finding a consensus that ensures that the world’s developed countries curb their emissions while at the same time allowing developing countries to expand their economies without relying on cheap fossil fuels.

A passable understanding of history and human nature doesn’t inspire much optimism for what will come out of Copenhagen, but there might be reason for hope. There is a groundswell of media attention and excitement for what under any other circumstances would be a dry piece of diplomatic procedure. That might just mean that the world’s citizens are becoming aware of the importance of the juncture at which we find ourselves. And if enough people care, eventually our governments will have to follow.

Il vertice di Copenaghen | New Scientist | Internazionale 822

Dal 7 al 18 dicembre a Copenaghen si svolgerà il vertice COP15, promosso dalla Convenzione sul clima delle Nazioni Unite (UNFCCC). L’obiettivo dell’incontro è raggiungere un accordo sulla riduzione delle emissioni di CO2 che sostituisca il protocollo di Kyoto, siglato nel 1997 ma mai ratificato dagli Stati Uniti.

Il vertice dovrà risolvere quattro punti essenziali: stabilire quali quantità di gas serra sono disposti a tagliare i paesi sviluppati; verificare quale sarà la posizione delle più importanti nazioni in via di industrializzazione, come l’India e la Cina; trovare strumenti per aiutare i paesi in via di sviluppo a ridurre le emissioni e ad affrontare le conseguenze dei cambiamenti climatici; decidere come gestire le risorse destinate a questi obiettivi.

Dall’inizio dell’era industriale, nell’atmosfera sono stati emessi 500 miliardi di tonnellate di carbonio, equivalenti a 1,8 milioni di megatonnellate di CO2. I climatologi hanno calcolato che se le emissioni future non supereranno i 250 miliardi di tonnellate di carbonio, avremo il 75 per cento delle possibilità di limitare il riscaldamento globale entro 2 gradi centigradi. Al ritmo attuale, ci vorranno vent’anni. Se invece le emissioni arriveranno a 500 miliardi di tonnellate di carbonio, le possibilità di rimanere sotto i 2 gradi scenderanno al 50 per cento. Oltre questo limite i cambiamenti climatici produrranno conseguenze irreversibili e metteranno a rischio la vita di milioni di persone. Per non superare il limite dei 2 gradi, entro il 2050 le emissioni dovranno essere tagliate dell’80 per cento rispetto ai livelli del 1990. Gli stati più vulnerabili, cioè i paesi poveri e le nazioni insulari minacciate dall’aumento del livello dei mari, chiedono che la soglia sia fissata a 1,5 gradi.

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| Picture: Good.is |
| Picture: Réseau Action Climat-France (RAC-F) |